Pubblicato sulla rivista Diotima filosofe – Per amore del mondo

Da ormai un anno ho ricevuto come regalo il primo disco di Stefania Tarantino in collaborazione con Maria Letizia Pelosi e Ciro Ricciardi, il progetto-band Ardesia, nato nel 2009 sulla spinta di musicare parole che hanno fatto la differenza nel percorso femminista europeo. Carla Lonzi, Hannah Arendt, Virginia Woolf sono solo alcuni dei nomi che riprendono vita nelle canzoni.

Avevo l’intenzione di scrivere qui una recensione del disco, ma nell’apprestarmi a farlo è nato in me un altro desiderio, che è quello di ragionare sul fertile intreccio tra arte e politica, che Stefania sa tessere abilmente e su quello che accade quando canta. Questo perché il titolo dell’album, Incandescente, non smette di rimandarmi a lei, a come i miei occhi e la mia esperienza l’hanno conosciuta profondamente.

Ammetto che sino a quattro anni fa non avevo idea che la musica fosse il colore più intenso dell’essenza di Stefania, ai ritiri filosofici in cui ci incontravamo difficilmente ne parlava, non ho mai capito se per una forma di umiltà o se per il peso che nella contemporaneità comporta investire sul proprio talento artistico.

Per questo ricordo ancora la prima volta che cantò per me, io stavo attraversando un momento particolarmente difficile e lei decise di sorprendermi e dedicarmi una canzone, un abbraccio vocale caldo e potente… indimenticabile. Ricordo di essermi commossa, di quella commozione infantile di quando si scopre un regalo nascosto nell’armadio, per la sorpresa di un talento incarnato così evidente che fino a quel momento non conoscevo, unito alla capacità di quella voce di entrare in luoghi profondi e intimi del mio essere donna, portando forza e nutrimento.

La voce di Stefania riesce a restituire quell’intensità dirompente a parole che hanno segnato e continuano a segnare la vita di molte donne; riuscire a trasformare Vai Pure in una canzone, uno dei testi a mio avviso più dolorosi e importanti di Carla Lonzi, credo sia un’impresa di una rilevanza politica estremamente interessante ed efficace. Questo mi riporta alle origini del femminismo italiano, in cui arte e politica si muovevano in una circolarità fertile in cui il gesto creativo apriva e dava linfa all’agire, come ci segnala il testo Matrice a cura di Donatella Franchi.

La scommessa che, cantare ed esprimersi con la musica, possa ancora fare parte di uno slancio politico radicale, restituisce a tutte e a tutti una dimensione più grande sul piano del simbolico, rispetto lo schiacciamento di realtà che troppo spesso l’arte ha prodotto negli ultimi decenni.

Ad oggi riconosco negli interventi musicali di Stefania una capacità di rottura dell’ordine precostituito consistente, grazie a una libertà tellurica che sa muoversi e mescolare con un taglio preciso, lingue diverse, autrici, amiche e donne preziose. Riconosco in questa libertà, non solo il frutto del movimento creativo che non si irrigidisce su modelli già codificati, ma anche il guadagno della pratica quotidiana del partire da sé, in cui arte e vita non sono separabili.

Per questo le parole di Lonzi, come quelle di Emily Dickinson e delle altre donne presenti, non riemergono dai testi neutre attraverso la voce di Stefania, bensì risuonano del suo corpo e della sua esperienza, in una sfida continua del portare nel mondo una forza femminile indomabile.

Da quel lontano giorno di quattro anni fa continuo a sostenere Stefania nella sua carriera musicale, come un cammino estremamente importante, nella convinzione profonda che la sua incandescenza sonora arricchisca e trasformi chi si lascia toccare dalle sue corde.