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E dopo che i telegiornali saranno finiti, gli articoli scritti e letti, i particolari nella loro morbosità rivelati, Noemi diventerà un altro numero che si aggiungerà alle statistiche di questa guerra che sembra non avere fine. E, in effetti, se solo ci pensiamo, così come stanno le cose, siamo molto lontani dal mettere la parola fine a tutto questo. È talmente radicato in profondità questo germe totalitario nel cervello di alcuni uomini che dovrebbero iniziare a inventarsi una nuova cultura e, attraverso di essa, a reiventare se stessi su basi che non sono più solo le loro. Quella che sta alle nostre spalle è, infatti, una cultura troppo sbilanciata, a loro totale favore, che si è nutrita di subalternità, di delirio di onnipotenza, di padronanza su cose ed esseri viventi. La cultura di questi adulti maschi adolescenti che continuano a sbattere i piedi sul tavolo quando non hanno ciò che vogliono e che ti ammazzano, ti violentano come se fosse una cosa normale o, per lo meno, non troppo grave, è un retaggio della storia, della nostra storia. Ma quando la storia è cambiata e questa volta non è andata solo in loro favore, qualcosa ha bucato il loro mutismo e il loro smisurato ego. In quella smisuratezza c’è il pericolo più grande. La fragilità si ammanta di una crudeltà inaudita. Noemi lo sapeva. Lo ha detto e lo ha scritto in ogni modo sopra un volto tumefatto: non si tratta di amore.
La madre non si è limitata a una denuncia su facebook. È andata direttamente nel luogo dove pensava avrebbe trovato ascolto e protezione per sua figlia. Non so come è andata, le indagini spero che chiariranno che cosa accaduto perché è di una gravità assoluta. Spero solo che non le abbiano detto: “Signora, ma è una cosa tra ragazzi, tra adolescenti innamorati. Sapete come vanno queste cose…Vedrà che tutto si sistemerà”.
Se fosse così, avremmo l’ulteriore conferma che non si è capito bene la posta in gioco di questa guerra. Se non è amore, perché, appunto, non lo è affatto, la prima domanda che dobbiamo porci è: di che cosa veramente si tratta? A me sembra che molti maschi di potere e non a questa domanda non vogliono rispondere. Il vaso di pandora non lo vogliono scoperchiare fino in fondo perché forse lì scoprirebbero che quell’Hans (il germe meschino e totalitario) così ben delineato da Ingeborg Bachmann sta ancora a suo agio nella vita di uomini assolutamente normali. Allora che cosa si fa? Si distribuiscono un po’ di palliativi per giustificare la propria coscienza, si offre qualche spicciolo da distribuire qui e la’ (quando c’è e resiste alle infinite emergenze di questo paese), per far vedere che la buona volontà c’è, che pur si fa qualcosa e anche, diciamocelo, per zittire “quelle note e solite donne” che da anni rivendicano fondi per poter operare direttamente sui territori. Poi accade che, quando urlano troppo e fanno casino, c’è l’Arma a metterle in riga e lo fanno da sempre nel peggiore dei modi (quando va bene solo con esternazioni verbali sessiste e maschiliste). Per tutte le cose accadute in questi giorni, mi ha stupito lo stupore di coloro che non riuscivano a credere a ciò che è successo a Firenze. Sembra proprio che tutto ci stia (anche perché è pretesto poi per parlare di altro): i rumeni, il tunisino con la bambina di 11 anni, il marocchino, il bengalese, ma gli uomini dell’arma proprio no! Mi chiedo allora se viviamo nello stesso mondo. Forse no.
La violenza crea voragini mute e piene di risentimento, di rabbia, di odio. Cerco in tutti i modi di non farmi afferrare da questa spirale e sento che mi è sempre più difficile. Come mi piacerebbe dire: ammazziamoli tutti, pena di morte, castrazione, fate schifo tutti, e via dicendo. Ma so che non è così e non è questo ciò che voglio. No, non è questo che voglio da me e non è questo che voglio dagli altri.
Ciò che desidero più di tutto è poter trasmettere alle mie figlie la bellezza del loro sesso, del loro corpo, della loro intelligenza. Ciò che desidero è che non si sentano mai più vittime, mai più sottovalutate e incomprese. Ciò che desidero è che possano scrivere da loro stesse la loro storia e che possano dire si, no, forse, quando vogliono e come vogliono. Che possano tracciare le linee di ciò che desiderano essere, senza impedimenti e senza paura. Ciò che desidero è la loro piena libertà di essere se stesse.
Preservarle dal male per me significa proprio questo.

“In seno alla riflessione sull’intricata e scivolosa «questione umana», interrogativi sono stati i punti di partenza di un cammino dialogico intrapreso dal 20 al 24 marzo 2017 dalla prof.ssa Stefania Tarantino, studiosa delle filosofe del XX secolo, nello spazio pregno di memoria storico-culturale dell’ Istituto Italiano degli Studi Filosofici di Napoli (Palazzo Serra di Cassano, Via Monte di Dio 14). Ci hanno accompagnato lungo il percorso pensatori e pensatrici che attraverso la ricerca filosofica si sono addentrati nella chiaroscurale «questione dell’umano» che continua a riemergere energicamente dal profondo delle storie individuali e della storia collettiva”.

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Muore Gerardo Marotta e noi non possiamo fare altro che chiedere dell’umano. Chiederci che fine ha fatto, che cosa è esattamente. Per lui era “il fondamentale”, la base di ogni sapere, dell’umana ricerca e della ricerca dell’umano. Qualcosa che riguarda il nostro stare al mondo, la qualità della nostra vita, della pasta di ciò che siamo. Sapeva che solo attraverso la cultura lo possiamo nutrire e che solo da questo nutrimento possono nascere relazioni sane, una politica onesta, una scienza grande e profonda. Dalla fonte da cui sceglieremo di bere decideremo che cosa essere: dimentichi di noi stessi e di ciò che ci sta intorno o rammemoranti. Tra Lete e Mnemosyne abbiamo sempre tra le mani il gomitolo del nostro destino e lui voleva che questa piccola porzione di possibilità non fosse sprecata. La generosità era tutta concentrata nel suo volto, nella sua straordinaria capacità di darti un’attenzione totale e rivolta proprio a te. Con lui mi sono sentita sempre “importante” e dopo le nostre conversazioni uscivo più leggera, appassionata e convinta più che mai di quello che facevo. Anche quando sembrava distratto, avvolto dallo spessore delle coperte, non perdeva mai un colpo. Tanto che una volta che andai a trovarlo a casa sua per parlargli delle mie ricerche, di ciò che stavo facendo, vedendolo appisolato, smisi di parlare per non disturbarlo, ma lui prontamente mi disse: “continui, Tarantino, la sto seguendo e ascoltando con interesse”. E mi ridava il filo su cui mi ero interrotta. Ognuno/a di noi che l’ha conosciuto e frequentato porterà sempre con sé un pezzo di questo grandissimo uomo. Grazie carissimo avvocato, grazie soprattutto per il bene enorme che mi hai dato.

Un saggio su Maria Zambrano pubblicato sulla rivista Aurora (Università di Barcellona)

María Zambrano, habitante del mundo y pensadora de la paz

…El verdadero monstruo que debemos combatir es esta parte tiránica, despótica, fascista e imperialista que nos circunda por
completo de las formas más diversas y que da lugar a guerras. Deconstruir aquel «funcionamiento fascista de la inteligencia; una utilización del poder de la inteligencia y sobre todo el poder de enmascarar, de falsificar, que tiene la inteligencia» y que sigue nutriendo las guerras. Es esto lo que tenemos que empezar a transformar para abrir la puerta a otra política y a otra historia.

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Una mia recensione al libro: Cambiare (il) lavoro. Indagine tra necessità e desideri,

a cura di Roberta Di Bella e Romina Pistone,

Qanat, Palermo 2016.

“Ecco perché vorrei concludere questa recensione riprendendo l’incipit del romanzo di Virginia Woolf, Gita al faro, citato nell’intervista di Delia Altavilla. Ciò che per un uomo non si può fare perché irragionevole (non si esce mica con l’aria di tempesta che sta arrivando!) per una donna è invece possibile (si può uscire lo stesso, anche se c’è aria di tempesta!). Parlare di lavoro, provare a cambiare (il) lavoro, porta aria di tempesta. Ebbene, nonostante la pioggia, il vento forte, i fulmini e i lampi, le donne sono già da tempo in cammino, proprio in direzione di quel faro, e nel pieno di una tempesta che non le spaventa!”

Per amore del mondo

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Cinquemila quattrocento chilometri ci separano dal villaggio rurale di Chibok. Nell’aprile del 2014 276 giovani ragazze sono state rapite dagli estremisti islamici di Boko Haram nel liceo in cui stavano studiando. Qualche giorno fa ho sentito che il governo è riuscito a liberarne 21 dopo una lunga trattativa in cui, in cambio, ha dovuto rilasciare quattro miliziani jihadisti. Tra queste 21 giovani ragazze molte hanno avuto un figlio/a o stanno per averne. Solo tre sono tornate senza prole e non gravide. Una storia assurda che, come tante, ci restituisce tutta la violenza di questo nostro presente e dei tempi oscuri, terribili, che stiamo vivendo e che, soprattutto stanno vivendo altre e altri. Non voglio fare qui un racconto di cronaca, le poche notizie che si hanno su questo rapimento/stupro di massa si possono trovare su Internet. Si tratta comunque di notizie confuse, di numeri approssimativi, di resoconti contradditori…

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“In molte si sono incontrate, per oltre due anni, ogni giovedì pomeriggio a Palazzetto Urban del Comune di Napoli, singole o associazioni, gruppi o collettivi, e hanno elaborano un programma politico-culturale in comune. Si sono affiancate per la costituzione di un’assemblea di donne: l’Assemblea delle donne per la restituzione. Per restituire, non solo visibilità, ma principalmente reddito, come risorsa per le tante relazioni politiche culturali e artistiche in città, un circuito di riproduzione della vita degna”.

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foto casa donne

La relazione tra donne e uomini liberi è più importante di qualsiasi verità. Questo è ciò che pensava un autore molto apprezzato da Hannah Arendt, Gotthold Ephraim Lessing. Non solo, nelle sue opere, scelse di non sottostare al rigore della logica e della coerenza dialettica, ma preferì gettare nel mondo qualche fermenta cognitionis piuttosto che sentenze irrevocabili e definitive. Suo obiettivo principale era quello di incoraggiare ciascuno e ciascuna di noi a pensare da sé. Leggi tutto

 

Près de quarante ans nous séparent de la première rencontre nationale de Paestum (1976) ; les deux rencontres nationales organisées à Paestum respectivement en 2012 (par les féministes actives dans les années ’70 : Primum vivre même dans la crise. La révolution nécessaire. Le défi féministe dans le cœur de la politique) et en 2013 (par les féministes nées dans les années ’70 : Libera ergo sum. La révolution nécessaire. Le défi féministe dans le cœur de la politique), ont mis en lumière l’urgence de se retrouver pour comprendre ensemble les nouvelles formes de pratiques politiques à impulser face aux contradictions du temps présent. Il ne s’agit absolument pas de créer un sujet défini, réduit à une seule voix, mais tout au
contraire de récupérer la force plurielle et variée des voix qui émergent à partir d’un sentiment et d’un désir partagé : donner une orientation différente à la vie de ce pays, en sachant que c’est seulement dans des relations « incarnées » que la singularité devient efficace, pour et dans la recherche de nouvelles pratiques politiques.

La liberté et l’expérience politique des femmes face à la crise: les féminismes italiens et leurs prolongements au XXIe siècle.

In questo saggio è messa in luce la profonda influenza che Socrate e Kant hannoavuto sul pensiero di Hannah Arendt. Infatti, l’elaborazione di una nuova filosofia politica è possibile, a suo avviso, soltanto attraverso un nuovo contatto tra verità e politica e attraverso un rinnovato senso della pluralità umana, della coesistenza e della condivisione. La Arendt elogia l’eccezione di questi due filosofi che, seppur così diversi e lontani nel tempo, condividono una concezione della pluralità umana fondata sulla
differenza e, con essa, inaugurano una idea della politica intesa come infra, tra, come spazio di mediazione aperto e in comune.

Leggi la rivista e il mio saggio a p. 98: Per un sapere plurale e condiviso. Hannah Arendt lettrice di Socrate e Kant.

«Con chi desideriamo stare in compagnia? Ho cercato di mostrarvi che le nostre decisioni sul bene e il male dipendono dalla scelta dei nostri compagni, di coloro con cui vogliamo passare il resto dei nostri giorni.»

E’ a partire da questa riflessione di Hannah Arendt che lo scorso 17 marzo la filosofa Stefania Tarantino ha tenuto a Napoli una lezione dal titolo «L’interpretazione di Hannah Arendt del sensus communis di Kant», nell’ambito delle iniziative del Café Philo, coordinato da Rita Felerico, quest’anno dedicato al rapporto tra etica e cittadinanza.

Ho ascoltato con passione la lectio di Stefania Tarantino e, da storica,  ho riflettuto sul fatto che la centralità di una comunità formata da individui capaci di esercitare un giudizio morale indipendente è al centro anche di alcune recenti ricerche, inserite nel filone dei cultural studies, relative a quella che è stata definita “l’invenzione” dei diritti umani.

Leggi tutta l’intervista a Stefania Tarantino di Maria Rosaria De Rosa

Report su Fuori centro Scampia

“En un momento de profunda crisis del proyecto europeo, y precisamente porque toda crisis es una oportunidad para volver a empezar, celebramos la aparición del nuevo libro de Stefania Tarantino, que nos proporciona criterios con que enjuiciar la situación actual y tratar de abrir nuevos horizontes al pensamiento filosófico y a la práctica política, repensando Europa desde su propio origen. María Zambrano y Simone Weil son los hilos conductores para este reencuentro con las raíces frustradas de nuestra civilización, partiendo de la convicción de que estos vestigios ocultos y olvidados, no por aparentemente fracasados son menos reales que los que han resultado triunfantes en la cultura occidental”.

Leggi tutta la recensione di Emilia Bea

 

Vai al link della rivista Aurora

“Il bel libro di Stefania Tarantino su María Zambrano e Simone Weil si fa apprezzare per almeno due motivi: in primo luogo, per la felice intuizione di leggere parallelamente il pensiero di queste due filosofe del Novecento, accomunate, nonostante la diversità dei loro percorsi, da alcune affinità profonde; in secondo luogo, per il rilancio della scommessa del pensiero della differenza sessuale come chiave di lettura feconda per interpretare due autrici che, pure, non furono femministe.

Il testo è diviso in due parti, la prima dedicata a María Zambrano, la seconda a Simone Weil: il confronto, lungo il testo, è per lo più suggerito attraverso brevi rimandi, mentre è sviluppato esplicitamente nella conclusione”.

Leggi tutta la recensione di Wanda Tommasi al mio libro sul sito di Diotima

 

Recensione di Wanda Tommasi in pdf

diotimacom

“…Stefania Tarantino mette in luce come la sua filosofia in atto e pratica infranga la fortezza della filosofia tradizionale con una peculiare energia di guerriera – nel senso di azione inventiva (Angela Putino) – che le permetterà fra l’altro nei suoi ultimi mesi, chiusa in un piccolo ufficio della Resistenza francese in esilio a Londra, di tracciare pensieri fondamentali per concepire un nuovo modo di vivere e di convivere…”

 

Leggi tutto sul sito di Adateoriafemminista

Desideriamo che un negoziato tra la Grecia e gli altri Paesi dell’ UE si apra all’insegna di una rigenerata fiducia per superare precedenti paradigmi alimentati da uno sterile pensiero unico.

Suggeriamo ai Capi di Stato e Governo Europei di leggere e meditare a fondo sia l’enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”, sia il testo “Senza madre. L’anima perduta dell’Europa” della filosofa Stefania Tarantino, testi straordinariamente illuminanti.

 

COMUNICATO STAMPA

Pubblicato sulla rivista Diotima filosofe – Per amore del mondo

Da ormai un anno ho ricevuto come regalo il primo disco di Stefania Tarantino in collaborazione con Maria Letizia Pelosi e Ciro Ricciardi, il progetto-band Ardesia, nato nel 2009 sulla spinta di musicare parole che hanno fatto la differenza nel percorso femminista europeo. Carla Lonzi, Hannah Arendt, Virginia Woolf sono solo alcuni dei nomi che riprendono vita nelle canzoni.

Avevo l’intenzione di scrivere qui una recensione del disco, ma nell’apprestarmi a farlo è nato in me un altro desiderio, che è quello di ragionare sul fertile intreccio tra arte e politica, che Stefania sa tessere abilmente e su quello che accade quando canta. Questo perché il titolo dell’album, Incandescente, non smette di rimandarmi a lei, a come i miei occhi e la mia esperienza l’hanno conosciuta profondamente.

Ammetto che sino a quattro anni fa non avevo idea che la musica fosse il colore più intenso dell’essenza di Stefania, ai ritiri filosofici in cui ci incontravamo difficilmente ne parlava, non ho mai capito se per una forma di umiltà o se per il peso che nella contemporaneità comporta investire sul proprio talento artistico.

Per questo ricordo ancora la prima volta che cantò per me, io stavo attraversando un momento particolarmente difficile e lei decise di sorprendermi e dedicarmi una canzone, un abbraccio vocale caldo e potente… indimenticabile. Ricordo di essermi commossa, di quella commozione infantile di quando si scopre un regalo nascosto nell’armadio, per la sorpresa di un talento incarnato così evidente che fino a quel momento non conoscevo, unito alla capacità di quella voce di entrare in luoghi profondi e intimi del mio essere donna, portando forza e nutrimento.

La voce di Stefania riesce a restituire quell’intensità dirompente a parole che hanno segnato e continuano a segnare la vita di molte donne; riuscire a trasformare Vai Pure in una canzone, uno dei testi a mio avviso più dolorosi e importanti di Carla Lonzi, credo sia un’impresa di una rilevanza politica estremamente interessante ed efficace. Questo mi riporta alle origini del femminismo italiano, in cui arte e politica si muovevano in una circolarità fertile in cui il gesto creativo apriva e dava linfa all’agire, come ci segnala il testo Matrice a cura di Donatella Franchi.

La scommessa che, cantare ed esprimersi con la musica, possa ancora fare parte di uno slancio politico radicale, restituisce a tutte e a tutti una dimensione più grande sul piano del simbolico, rispetto lo schiacciamento di realtà che troppo spesso l’arte ha prodotto negli ultimi decenni.

Ad oggi riconosco negli interventi musicali di Stefania una capacità di rottura dell’ordine precostituito consistente, grazie a una libertà tellurica che sa muoversi e mescolare con un taglio preciso, lingue diverse, autrici, amiche e donne preziose. Riconosco in questa libertà, non solo il frutto del movimento creativo che non si irrigidisce su modelli già codificati, ma anche il guadagno della pratica quotidiana del partire da sé, in cui arte e vita non sono separabili.

Per questo le parole di Lonzi, come quelle di Emily Dickinson e delle altre donne presenti, non riemergono dai testi neutre attraverso la voce di Stefania, bensì risuonano del suo corpo e della sua esperienza, in una sfida continua del portare nel mondo una forza femminile indomabile.

Da quel lontano giorno di quattro anni fa continuo a sostenere Stefania nella sua carriera musicale, come un cammino estremamente importante, nella convinzione profonda che la sua incandescenza sonora arricchisca e trasformi chi si lascia toccare dalle sue corde.

E’ uscito il libro dal titolo: άνευ µητρός/senza madre L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil. La scuola di Pitagora editrice,  Collana Diotima Questioni di filosofia e politica, Napoli 2014.

Dove acquistarlo:

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d15r

 

 

La ricerca di Stefania Tarantino porta alla luce le riflessioni di María Zambrano e di Simone Weil sull’origine della violenza europea, reinterpretando alcuni luoghi fondativi del pensiero occidentale. Vissute controcorrente nella bufera del Novecento, le due filosofe, seppur in maniera diversa, hanno mostrato i meccanismi che hanno modellato la struttura simbolica del dominio, della superbia della metafisica occidentale nei confronti della materialità del corpo materno. Tutto ciò ha determinato un oltrepassamento senza misura dei limiti imposti alla condizione umana, a favore di una oggettivazione intellettuale sempre più calcolante della natura umana e della realtà. La svalutazione del corpo-materia ha provocato la distruzione di quegli antichi saperi che, inizialmente, riguardavano la connessione originaria di corpo, anima e mondo. Madre, materia, misura, simbolizzano la generazione di ogni cosa nella sua misura, nella giusta separazione, la manifestazione ordinata ed equilibrata delle cose e degli esseri attraverso un principio generatore.
Solo quando si sarà liberata dall’ossessione di poter fare a meno di ciò che la rende vulnerabile, l’Europa riuscirà a rigenerare se stessa e ad attingere a una forza inedita.

Stefania Tarantino è filosofa e musicista. Svolge la sua attività di ricerca presso l’Università di Napoli “L’Orientale” e collabora con la cattedra di Storia della Filosofia dell’Università “Federico II” di Napoli. Il suo lavoro è incentrato soprattutto sulle filosofe del XX secolo e sulla problematizzazione della differenza sessuale all’interno della storia della filosofia e del pensiero politico contemporaneo.

 

 

copertina fem e neo

 

In epoca di “femminilizzazione del lavoro” e di piena razionalità neoliberale – economica e di governo – che ne è della soggettività femminile messa al lavoro produttivo ma deprivata del senso della propria esperienza in quanto inscritta in un tempo e in un lavoro frantumato, molteplice, disperso? Nel passaggio dal liberismo al neoliberismo è stato sostituito il piano oggettivo del mercato e dell’economia con il piano soggettivo, si è passati da un registro di scambi e di strutture alla dimensione soggettiva dell’ “imprenditoria di sé”. Quale ruolo assumono le donne in questo quadro? Il femminismo rappresenta ancora un punto di critica radicale a questo “sistema”? Quale futuro attende la “libertà femminile” messa alla prova dalla governamentalità neoliberale? domande, articolate e complesse, cui i contributi del volume cercano di rispondere.

 
Eugenia Parise
Presentazione

Stefania Tarantino
Introduzione

1 Tristana Dini
Per una politica della vita materiale.
Il femminismo alla prova del neoliberalismo

2 Laura Bazzicalupo
Neoliberalismo e soggettivazioni femminili

3 Ida Dominijanni
Libertà precaria

4 Maria Rosaria Garofalo
Sviluppo umano e parità di genere:
l’approccio del social provisioning

5 Marisa Forcina
Capitale, lavoro, cittadinanza.
Le risposte del pensiero femminile alla triade della democrazia del Novecento

6 Elettra Stimilli
Cura e debito: quale assoggettamento
nell’epoca della ‘femminilizzazione’
del lavoro?

7 Federica Giardini
Differenza e conflitto.Un aggiornamento

8 Marianna Esposito
La libertà femminile nel passaggio
dalla governamentalità biopolitica
a neoliberale

9 Giovanna Borrello
Il ben/ESSERE nell’esperienza
lavorativa di oggi a partire da uno sguardo e disegno femminile

10 Alessandra Chiricosta
Oltre il Postcolonial Feminism
nel Sudest Asiatico.
Una critica al neoliberalismo

11 Monica Pasquino
Otium e negotium. Capitalismo finanziario, precarietà e disparità di genere

Tristana Dini
Postfazione

Per ordini e informazioni, mentre arriva in libreria: 0824 21772 oppure: a.salerno@natanedizioni.it

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Traduzione a cura di Stefania Tarantino e Roberta Guccinelli.

Prefazione di Roberta De Monticelli

Dalla quarta di copertina:

Pubblicato per la prima volta in lingua francese nel 1946, il libro si inserisce nel solco della tradizione aurea dell’esistenzialismo e dei suoi massimi rappresentanti: la questione dell’essere, invisibile filo rosso che accomuna pensatori fra loro così distanto, viene affrontata dalla pensatrice ginevrina attraverso una sorta di ontologia negativa, tesa a mostrare come l’essere, quest’entità impalpabile e inaccessibile al pensiero, si sveli soltanto nelle opere della mano umana, nella forma che essa imprime all’esistere.

 

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Introduzione, traduzione e cura di Stefania Tarantino

“Note di un metodo” appartiene agli scritti dell’ultimo periodo della vita della pensatrice spagnola che ruotano intorno al problema della ragione poetica. Sono “note” proprio perché si allude al carattere frammentario, musicale del pensiero piuttosto che a quello logico-razionale. Un metodo da intendersi come ciò che apre il cammino all’esperienza umana e non semplicemente come ciò che struttura un ordine, una “forma mentis”. Una conoscenza che per Maria Zambrano deve avere le sue radici nella viva esperienza ma allo stesso tempo deve sapersi innalzare a quelle sfere in cui i desideri e i sogni fanno da materia alla nostra vita.

 

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